
Intervista a Jordan Jelev, alias The Labelmaker, per Fifty-Five Magazine
Se è vero che un’immagine vale più di mille parole, allora un’etichetta di vino equivale a un business plan per immagini, completo di settore di attività, piano di marketing e proiezioni finanziarie. Metaforicamente parlando, circa mille pagine. E quando si tratta di immagini, Jordan Jelev è davvero un esperto nel comunicare visivamente. Ufficialmente, progetta etichette in Bulgaria e all’estero. Se non lo conoscete, sappiate che è una delle figure più interessanti del settore vinicolo, anche se il vino non è propriamente la sua specialità. Se invece lo conoscete, spero che questa intervista vi permetta di scoprire qualcosa di nuovo su di lui.
Di cosa ti occupi?
JJ: Da poco più di vent’anni cerco di rendere onore al mio pseudonimo, The Labelmaker… Imparo a comprendere le persone con cui lavoro, così da creare un legame tra loro, il loro prodotto e i loro clienti. Sono relazioni complesse, ma fortunatamente unite da un denominatore comune: il vino. In termini meno pretenziosi, creiamo brand vinicoli e progettiamo etichette per il vino.
Come affronti i nuovi progetti?
JJ: Con attenzione e rispetto, come ogni altra cosa nella vita. Se non riesco a intravedere in una frazione di secondo il futuro di un progetto — il suo successo, l’impatto sugli altri, gli orizzonti che può aprire — lascio perdere prima ancora di cominciare. Non tutte le novità hanno l’energia necessaria per trasformarsi in un esordio di successo. Ho sviluppato l’istinto per riconoscerla e tendo a fidarmi.
Qual è la componente principale del tuo lavoro: quella digitale o quella intellettuale?
JJ: Francamente, non lo so. Mi piacerebbe dire quella intellettuale, ma non è affatto vero. Una sera te ne stai seduto tranquillo, con tutto il tempo necessario per escogitare qualcosa di brillante; l’idea funziona davvero e vai a letto soddisfatto. La mattina dopo ti alzi, ti metti all’opera e ti rendi conto che è la cosa più assurda mai concepita. Tutto l’eroismo «intellettuale» svanisce nel nulla e ti trasformi in un animale assolutamente digitale: tiri fuori la pala e, lavorando come un forsennato davanti al monitor, cerchi disperatamente di salvarti dalle tue stesse idee strampalate. Per fortuna, con me funziona… In fin dei conti, tutto dipende dalle persone con cui si ha a che fare: il nostro lavoro e noi stessi siamo il riflesso di chi si rivolge a noi. Quanto più loro, le loro idee e i loro desideri sono carichi di energia, tanto più gratificante sarà il risultato finale.
In che modo aggiungi valore al tuo lavoro?
JJ: Quando mi riconosco in un progetto, scatta in me la voglia di mostrare tutto ciò di cui sono capace. È nello spazio tra calligrafia, tipografia e fotografia che i miei design prendono davvero vita.
Ti capita di avere un blocco creativo?
JJ: Certo! A chi non capita? Mi succede regolarmente, ma non mi scompone perché so come uscirne. Detesto quei momenti, mi infastidiscono davvero, ma hanno anche un effetto rigenerante. Forse per alcuni sono solo intoppi; non piacciono neanche a me, ma ho imparato a volgerli a mio vantaggio. Mi distraggo con qualcosa di completamente diverso, che impegni almeno il 50% della mia mente. Le risorse rimanenti, però, continuano a rimuginare sul problema. Spesso è così che la situazione si sblocca. I blocchi ti costringono a riflettere e ad analizzare, offrendoti una visione d’insieme: riesci a capire dove e in che modo qualcosa ti sta ostacolando, così lo metti da parte e poi non ti ferma più nessuno. Almeno per me funziona così.
Il tuo lavoro cambia nel tempo?
JJ: Sì e no. Cambia il mio modo di considerare i dettagli, la filosofia e, in realtà, ogni cosa tranne i fondamenti. Quelli sono uguali ovunque. Si parte sempre da lì, poi ogni progetto segue il proprio percorso. Sono il denominatore visivo che accomuna tutti i miei design. Cerco di stare al passo con i tempi e con la tecnologia. Spesso questo produce risultati non convenzionali, ma osservando più attentamente si scopre che ciascuno dei miei design poggia sulle stesse fondamenta.
Sarebbe corretto dire che le etichette ti hanno cambiato la vita?
JJ: Da piccolo volevo fare il netturbino o il ministro: per me erano sullo stesso piano. Poi, con grande disappunto di tutti, ho studiato a lungo per diventare contabile. Nel frattempo realizzavo le mie prime etichette: ne ero irresistibilmente attratto! Ed è stato grazie a loro che ho capito quale direzione avrebbe preso la mia vita. Si potrebbe dire che le etichette, il vino e il design abbiano praticamente tracciato la mia strada. Poi sono arrivati la famiglia, i figli, i consueti alti e bassi, ma le etichette sono rimaste. Ogni mattina mi alzo felice di dedicare loro tutto me stesso. Non so se mi abbiano cambiato la vita, ma di certo devo loro moltissimo. E la cosa migliore è che mi sembra di essere solo all’inizio. Ho appena finito il riscaldamento.